02/01/2009

Leonardo cerca una connessione decente...

Grazie a Leo, che mi ha dato l'ispirazione per il racconto...e per chi vuole ascoltare la sua musica si colleghi al suo myspace... PIrassic: http://www.myspace.com/pirassic  
1971 FENDER TELECASTER da vintageguitarz.

Erano ore che Leonardo cercava una connessione decente. Davanti al suo MAC e con i tre cellulari buttati alla rinfusa sulla scrivania meditava come poterla trovare. Skype si illuminava di messaggi ai quali non avrebbe risposto e le righe orizzontali del suo maglione gli aprivano vie infinite di tormenti. Dette un’occhiata fugace alla sua chitarra, una Fender Telecaster del 75 appoggiata sulle lenzuola del letto disfatto. Gli aveva fatto compagnia durante una notte nella quale non era stato buono a chiudere occhio ma proprio quella stessa notte era riuscito a partorire il suo pezzo migliore. Ancora non aveva deciso come l’avrebbe chiamato e quella ricerca del titolo, l’aveva reso un po’ inquieto. Sorseggiava qualche goccio di prosecco svanito, rimasuglio di qualche sera prima, dopo una serata di baldoria con gli amici. Scese giù veloce dalla gola e calò diretto nello stomaco, depositandosi sul fondo. Sentì uno strano senso di vuoto e l’eco degli accordi rimpastati qualche ora prima, mentre con il plettro animava suoni scordati. Guardò la sua immagine riflessa nel mega schermo del Mac e notò che i suoi capelli avevano risentito nuovamente dell’umidità, increspati e inviperiti come serpi sulla testa di Medusa. Così provò a stirare i due ciuffi che gli ricadevano sugli occhi, tirandoli con il pollice e l’indice uniti. Della connessione invece neppure l’ombra. Ancora troppo rallentata. A volte sembrava che fosse riuscito quasi a ripristinarla ma quando provava a collegarsi ecco che crollava nuovamente. Così decise semplicemente di aspettare, afferrò una matita, prese il primo foglio bianco a portata di mano e buttò giù qualche fumetto per ingannare il tempo. Giocò con le linee e i contorni, riempì di nero qualche spazio e sfregò di lato la matita per i chiaroscuri. Le note nella sua testa, però, risultavano ancora suoni troppo scordati. La connessione era stata perfetta tutta la notte, ma quella mattina l’aveva proprio abbandonato. Era perfetta mentre suonava e la sua voce l’aveva sentita micidiale, uscire profonda e disperdersi in armonia con le pareti della sua stanza. In quella notte il suo mondo era lì. Tra il Mac, i muri intrisi di pensieri, la sua Fender e qualche parola che si era data una stretta di mano con la musica. Non avrebbe desiderato altro. E si era sentito Dio. Ma la mattina aveva perso di nuovo la connessione. “Riuscirò mai a trovarla, a mantenerla costante, equilibrata?” – si chiese mentre sentiva l’inquietudine infilarsi alle pareti delle sue interiora. E mise di nuovo mano al computer alla ricerca della sua connessione decente…con l’esistenza.

11/10/2008

VAGARE

 

le case taccion nell'addio da confusedvision.

Passerò tutta la vita a Vagare. Lo so.

 

E’ già scritto nel mio destino, nel destino di quelli come me. he cercano la stabilità ma appena la trovano la rifuggono alla ricerca di nuovi orizzonti, di coloro che hanno bisogno di guardare sempre lontano ma hanno paura a incamminarsi. Che si perdono nei boschi umidi di pensieri, vivono dell’energia dei sogni, camminano in bilico col domani. Con uno sguardo avanti e uno, inesorabilmente indietro.

 

Vagherò, lo so, forse alla ricerca di quelle sicurezze che ogni tanto vengono a farmi visita, bussando alla porta mentre dormo. O forse cercherò solo qualcosa, solo qualcuno in questo indefinito paesaggio che mi fotografa gli occhi. In quell’alternarsi continuo di sole e ombra che bagna i miei giorni. Vagherò, col vento che rallenterà il mio cammino, che striderà fino a farmi male, con la nebbia che calerà nelle notti, appannando la strada.  

 

Vagherò, come oggi che, da casa mia, lascio che i pensieri si sostituiscano al mio vivere.


 

05/10/2008

Il cavallo a dondolo

Cavallo a dondolo da caratello.

Ogni volta che mi trovo davanti un cavallo a dondolo un so resistere: bisogna che ci “sarga”. Sopra un cavallo a dondolo, alla fine, posso andare in’do’ mi pare.  Ah, ah, ah. Come gli è bello “cavarcare” sull’onde della fantasia e trovarsi in ogni parte dì mondo.  “Chi unnà ma’ fatto? Arzi la mano!”.

Ah. Ah. Ah. C’è un vecchio seduto sulla panchina dì Campo di Marte, proprio d’innanzi alla Curva Fiesole, con la Nazione in mano. Legge le ultime pagine, poi sposta ì giornale, mi guarda con l’occhio guercio e  sputa per terra. Io gli passo davanti con ì mì cavallo a dondolo e mi sento proprio un ganzo. Un’ tocco nemmen terra perché viaggio a trenta centimetri dall’asfalto. Unnè molto ma l’è quanto basta perché, co’ì vento, e riesca a dondolare. Ah ah ah. Quanto rido mentre passo proprio dentro alla stazione di Santa Maria Novella e faccio ì chiasso in sella al mì potentissimo mezzo. Saluto i treni. Oh, quanto mi garbano i treni! E poi quelli  nuovi, che per salirci sopra ci vole ì leasing, sono ì massimo. Che l’avete visto come l’è forte quello ipermoderno che ti porta da Milano a Napoli? L’è proprio bello, c’ha i muso da squalo. E più che lo guardo e più che dico “’Sto treno e mi garba proprio un monte!” Ah ah ah. Me la rido perché la gente, a Santa Maria Novella, sembra cbe un mi veda. Ma io, invece, li rimiro ‘sti strulli che corrono, corrono, corrono. “Ma ‘do andate? Fermateveee!  - direbbero a Roma Termini  - “’Er Colosseo, sta de là. Da secoli ormai. E sta meglio dè voi!!!”.  Ma poi sto zitto, tanto e’ corrono uguale... Icchè tu ci vo’ fare, unn’ascoltano ì papa Benedetto XVI, unnà ascoltano Berlusconi e nemmeno Renzi e Domenici, tra qualche anno un daranno nemmen più retta a Pieraccioni e Ceccherini. Oicchè pretendo che ascoltin me?! Comunque se corrano, stavolta, unnè colpa di governo e dì debito pubblico ma di un meccanismo giapponese di artissima tennologia, venuto direttamente in Italia pe’ esse’ testato solo dentro quelli che abitano dove c’enno tante macchine, in’do passano i treni co ì muso da squalo e in dò sono que’ palazzi con sessanta famiglie. Infatti la gente schizzata, se vù ci fate caso, la sta tutta in città. I giornalaio infatti m’ha raccontato, in via riservata, che a quelli che campano in questi posti in do c’è parecchio casino gliè stato impiantato ‘st’aggeggio nello stomaco. Così corran tutt’ì giorno e un sentan la fatica. E possano andare a fare la spesa all’ipercoppe con 3650 casse, sta’ in coda alle poste con i mano i numero 1056  o lavorare tutt’ì santo giorno e poi star dù ore in macchina tra file e semafori pe’ tornà a casa. Tutta colpa dì tramme novo, dicono dalle mì parti. Ma io me ne frego!. Cammino a trenta centimetri da terra con ì mì cavallo a dondolo. Faccio da neci e vi dico ciao vi passo davanti, bischeri delle stazioni!

 

Ah! Ah! Ahhh! Quante rido, quante sono divertito! Dondolare suì mondo mi fa impazzire e poi guardare giù da questa nuova prospettiva mi fa vedere tutto in maniera diversa. Innanzi infatti e mi sono accorto che in Via della Spada c’è una fessura nì muro che da di faccia alla Trattoria Marione. Lì c’era la mescita dì vino un tempo, l'ho letto d’in su la targa. Chissà quanto tempo fa però. Di sicuro prima dell’era Tavernello, dì metanolo e dì Brunello mischiato aì Sangiovese. Poerannoì, mi dico, alla fine si verrà pure a scoprire che il David l’hanno fatto co’ i polistirolo invece che co’ì marmo. “Oh, ridete poco, bischeri!  - guardate che le statue co’ i polistirolo le si fanno davvero. L’avete presente quella in piazza di Porta Romana, sì quella con quell’omo su‘ì capo in orizzontale. Ecco, quella lì l’è di polistirolo. O che l’avreste mai detto? Ditemi voi…”.  I’ mi cavallo a dondolo invece l’è di legno vero, nostrano. Non è che voglia sembrare Pinocchio a tutti costi ma me l’ha fatto ì mì nonno con le sù mani che di lavoro, ovviamente, faceva i falegname. Unnèera di Collodi però. No. No. Noi di famiglia siamo fiorentini, infatti ì mi poero nonno l’era di San Frediano. C’hai presente qui posto con la porta grande dove ci sono tutti quei ristoranti? Come si chiamano? Vai di lì, Vai di là, Via Vai, Vai Via. Un ci capisco più nulla. E poi quell’altro, quello caro che fa i pesce bono ma che ti ci vole il prestito finanziario prima di entracci, peggio che salire suì treno co ì muso da squalo. Come l’era ì nome? Fuori di qui, fori di là. No, forse Vai fori! Ah..no, mi sbaglio con quello di prima dove ci vanno i giocatori della Fiorentina. Quello dì pesce si chiama Fiori d’acqua…o For d’acqua…oddio mi mandan for di testa a me con tutti ‘sti nomi!. Invece aì mi tempi l’era più semplice. C’era Armido ì ciabattino, Gino l’orafo, la Bice che la metteva la frutta suì banco la mattina all’alba. E i nomi l’era più facile ricordasseli.  

 

Dondolo, dondolo. E mi gira ì capo. Forse gliè meglio fermassi, scendere, prendè in mano la cerbottana e sparare alla rificolona. E c’è solo un’ problema però.... Quando scendo e mi chiedo:  - O Firenze, in do tù sei? Oramai e un ti riconosco più…. Ah, Ah, ah!!!... Meglio che torni su ì mi cavallo a dondolo almeno, Firenze, a trenta centimetri da terra posso ricordammi di com’eri.....

 

01/10/2008

L'amore che non si confonde

 

 

 

 

E’ forse un turbine di passione? Un ping pong di sobbalzi al cuore?

E’ ardita malinconia bruciata da un bacio? Cos’è…?

Sono quegli occhi che incrocio ogni giorno nei corridoi dell’anima?

Che fanno zig zag nelle vene intasate dalla confusione?

Che vanno e vengono come gli stati d’animo?

Sì. Sì. Sì.

L’amore sono quegli occhi.

E non altri se non quelli. Sono quella voce che è l’unica che vorrei sentire, sono quei pensieri che abbraccio pienamente. Sono un cervello e un’anima che non dimentico e non confondo. E’ alchimia pura che vive anche in assenza del domani.

Sì. Sì. Sì.

L’amore sono quegli occhi.

 

 Ai quali ho rinunciato, per Amore.

28/09/2008

La lettera

Avevo pensato che non avrei più preso in mano un foglio di carta per mettermi a scrivere, negli ultimi tempi mi sono anche sentita un po’ idiota sentendo la voglia irrefrenabile di stringere tra le mani una stilografica nera e far stridere il pennino su un quaderno a righe trovato in uno dei miei scatoloni, in cantina. Mia mamma li ha messi lì, sugli scaffali, in ordine, di fronte alle bottiglie di vino e a quelle in vetro scuro della Fanta, lasciate lì a futuro ricordo. Su ogni scatolone c’è il mio nome, scritto con il pennarello nero indelebile a punta larga, che si intravede tra qualche strato di polvere: c’è su scritto “Simona – bambole” oppure “Simona – libri” , “Simona – disegni” e poi c’è il mio preferito: “Simona quaderni e temi di scuola”. Ho “forzato” spesso quello scatolone negli anni togliendo il nastro adesivo marrone che chiudeva i ricordi della mia infanzia. Prendevo i temi, scritti nel foglio protocollo, i quaderni e correvo in camera mia. Me ne stavo seduta a terra, con il marmo che mi freddava le cosce e i ricordi che mi scaldavano gli occhi. Leggevo i temi e sorridevo. La maestra ci raccomandava di dividere il foglio protocollo in due parti e, di passarci con il dito, per assicurarsi che la piega fosse perfetta. Dovevamo scrivere nella colonna sulla sinistra, la destra era riservata alle correzioni. La mia colonna destra era invece rigorosamente bianca. L’unica scritta in rosso, nei miei temi, era quella con il giudizio e sono sempre andata orgogliosa di questo. E poi c’erano i miei quaderni. Quelli che ho tra le mani anche oggi. Sono della prima elementare. Ci sono solo parole e disegni. B come banco, G come gheriglio, D come Dado. Disegnare il gheriglio mi risultata davvero difficile tanto che chiedevo l’aiuto della nonna. Io mi limitavo a colorare. E quelle righe dei quaderni così piccole mi disturbavano. “Perché devo scrivere tra le righe?” – chiedevo a mia mamma. “ E’ più bello il foglio bianco”.

Oggi guardo quei quaderni con la doppia riga ed ho invece voglia di passarci la stilografica, in bella calligrafia. Non so se ti ricordi i fogli con la doppia riga, quelli in cui ti permettono di scrivere dalla seconda o terza elementare. Se la memoria non mi inganna mi par di rammentare che sono i primi nei quali inizi a scrivere, rigorosamente in stampatello. La maestra infatti voleva quei quaderni. Solo quando sei bravo e hai imparato a dominare la tua mano, a plasmare i caratteri puoi passare alle righe grandi e larghe. Ma non era questo che volevo dire. Come sempre allargo i pensieri e le parole e perdo di vista il succo delle cose.

Ti dicevo che avevo deciso che non avrei più scritto. E invece sono qua, con una lettera tra le mani. L’ho scritta in nero, come mi ha insegnato la maestra. In bella calligrafia, strusciando la mano sinistra sulla carta cercando di non sporcarla con l’inchiostro fresco. Ho voluto macchiarla di pensieri e di sogni, di passato e di futuro. Ho scelto la carta, come facevo quando avevo vent’anni e non c’erano i computer. L’ho bagnata di lacrime e di parole, l’ho intrisa di ricordi e di racconti, quelli che di solito, nonno, ti facevo sull’autobus quando mi portavi a comprare le bambole da Gian Burrasca, in Via dell’Olivuzzo, ogni volta che tornavi da uno dei tuoi viaggi. Tu mi sorridevi, prendevi le sigarette dalla tasca interna del cappotto e cercavi i fiammiferi nei pantaloni. Non le scatole con centomila cerini ma i fiammiferi, quelli di legno da venti, con la confezione in cartone che si apriva e ci potevi appuntare con la penna i numeri di telefono. Ho scelto una carta che avesse lo stesso odore di legna bruciata che si respira nella tua Camaiore, tra Via di Mezzo e Le Muretta, pura come le tue Apuane che scorgevamo insieme dal Prado, vera come il tuo mare. Quello che guardavi dalla battita avvicinando la mano alla fronte, come fanno i marinai per scansare i raggi del sole e scrutare meglio l’orizzonte.

L’ho scritta appoggiata alla sdraio intrisa di salmastro, con la sabbia fredda di oggi, gettando sguardi fugaci verso le altalene dove mi spingevi in aria fino a toccare il cielo. Ogni spinta sempre più su, con le catene che cigolavano e alle quali mi tenevo salda mentre chiudevo e allargavo le ginocchia per andare sempre più in alto. Ho scelto parole che ti raccontassero di me e di tutto quello che non sai ed ho scritto tanto,  così le mie pagine ti faranno compagnia durante il viaggio, in mezzo ai vagoni di treni dimenticati dalla memoria, nelle stazioni delle tue città, negli scompartimenti dove un tempo si poteva fumare. Ho scritto una pagina per ogni fermata, nonno. Milano, Ravenna, Forlì, Bologna, Genova e mano a mano tutte le altre. Ad ogni stazione io ci sarò . E ti farò ciao con la mano lanciandoti un bacio mentre il treno si allontana dalla stazione. Ti aspetterò seduta su ogni panchina, aspetterò il tuo ritorno. Con queste parole in mano, scritte con l’inchiostro nero, avvolta in un montgomery caldo per non sentire il freddo della tua assenza, ti aspetterò davanti ad ogni passaggio a livello, di fronte ad ogni altalena del Lido, passando dal bar di fronte alla chiesa. Immobile.

 Guarderò se si apre il portone della tua casa nella piazza, sperando di vederti uscire dopo essere sceso con l’ascensore. Io non ti mai detto addio, nonno. E tu non mi hai mai fatto ciao con la mano prima di sparire dentro a quel treno vuoto. C’era mare e terra che ci divideva e io non ti ho visto. Non ti ho sentito. Non ho scorso le tue mani lunghe tagliare l’aria aperte per salutarmi. Così ripiego questo foglio, in quattro parti, e ci passo con il pollice e l’indice per segnare la riga. Chiudo lo scatolone, di nuovo con il nastro adesivo. Lo metto insieme agli altri, sugli scaffali, come vuole mia madre. Salgo le scale che mi riportano a casa e lascio il mio amore ad aspettare, sotto centimetri di polvere sui quali nessuno soffierà più.